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Davide Carbonaro

Il linguaggio del delfini

È ormai noto alla stragrande maggioranza dei ricercatori, scienziati e biologi che i celeberrimi delfini, mammiferi marini appartenenti all’ordine dei cetacei, sempre più presenti nei vari delfinari messi loro a disposizione dall’uomo per studi, abbiano ideato un vero e proprio sistema di comunicazione molto complesso, quasi un vero e proprio linguaggio, basato sia sull’abilità di riuscire a produrre ultrasuoni (biosonar) e sia sulla riproduzione di particolari schemi di momento che possano essere riconosciuti da tutti gli individui della specie d’appartenenza; una sorta di standardizzazione del linguaggio che per troppo tempo si è sempre pensato fosse una particolarità unica ed esclusiva della specie umana.

Il primo studioso che si interessò di questi aspetti affascinanti della natura fu Donald Redfield Griffin, etologo e docente statunitense, i cui studi furono principalmente condotti nella prima metà del secolo ventesimo e cominciati subito dopo essersi laureato alla Harvard University, laurea conseguita nel 1938. Egli espresse le sue teorie nel suo trattato The Question of Animal Awareness (1976) (La questione della consapevolezza degli animali), nel quale si evinceva espressamente il concetto di coscienza mentale che poteva essere una qualità posseduta anche dagli animali, oltre che dall’uomo. In sostanza, Griffin fu il primo a dimostrare l’esistenza del sonar biologico, che denominò “ecolocalizzazione”, scoperta per la prima volta in alcune specie di pipistrelli e, in seguito, ritenuta essere presente nei delfini, oggetto di questo articolo, e altri Odontoceti.

In sostanza, gli animali ecolocalizzatori sono in grado di emettere suoni nell’ambiente esterno. La risposta di questi suoni sono degli echi, prodotti al seguito del rimbalzo degli stessi suoni su diversi oggetti presenti nell’ambiente che l’animale, come il delfino, sta esplorando (fase di creazione della mappa spaziale). Gli echi sono, quindi, utilizzati per una corretta localizzazione dell’oggetto e come una stima della distanza da percorrere per raggiungerlo (oppure, nel caso si trattasse di un potenziale predatore, la distanza minima da mantenere per starne alla larga); il fattore più sorprendente è che il biosonar è uno strumento essenziale per l’orientamento e per la ricerca del cibo, fondamentale per la sopravvivenza. Gli Odontoceti sono avvantaggiati dal fatto che l’habitat in cui vivono è essenzialmente acquatico e, quindi, presenta delle caratteristiche acustiche molto favorevoli; inoltre, l’ambiente acquatico marino assorbe molta luce e rende la visibilità molto scarsa. Il biosonar diventa fondamentale per la sopravvivenza di questi mammiferi acquatici. Molti ricercatori sostengono altresì che i delfini siano in grado di modulare i suoni, abbassandone l’intensità, qualora si stiano avvicinando troppo all’oggetto interessato. Ciò che emettono gli Odontoceti è un vero e proprio click, un raggio focalizzato, nella direzione in cui la loro testa è orientata. I suoni vengono, in sostanza, emessi dal passaggio di aria dalle ossa delle narici ed attraverso le labbra foniche. Vi è un denso osseo concavo del cranio responsabile della riflessione dei suoni e il raggio viene modulato da un organo, ricco di lipidi di densità differenti, che prende il nome di “melone”.

Interessante segnalare, come chiosa finale di quest’articolo, gli studi condotti dal team di ricercatori guidati dall’insigne professore Bruno Diaz Lopez, Direttore del Bottlenose Dolphin Research Institute (Sardegna). I loro studi hanno permesso di decodificare, almeno in parte, il linguaggio di alcune specie di delfini. Si è scoperto, infatti, che i delfini della specie tursiope (Tursiops truncatus, o delfino dal naso a bottiglia) siano in grado di comunicare tra di loro attraverso un linguaggio molto complesso e di questo vasto “repertorio” sono stati scoperti ben 14 segnali differenti, composto principalmente da una fischi e svariati squittii. Ha riscosso molta importanza nella comunità scientifica il fatto che i delfini siano in grado di modificare i segnali in base all’interlocutore con cui si trovino ad interagire: se, infatti, hanno intenzione di rivolgersi a tutti gli animali presenti nella zona, utilizzano una tipologia di fischi, mentre ne usano altri completamente differenti quando devono interagire con un esemplare in particolare. Infine, si è arrivati alla conclusione che l’animo dei delfini è pervaso da una vera e propria attività diplomatica, volto, cioè, ad evitare possibili competizioni intraspecifiche nel caso in cui si trovi una grande abbondanza di cibo in un dato territorio: il maschio dominante, infatti, ristabilisce la gerarchia interna della colonia, emettendo impulsi speciali per calmare gli animi accesi. È ancora una mondo tutto da scoprire il tema dei biolocalizzatori, ma siamo senza dubbio a buon punto grazie alle nostre scoperte e potremmo, magari, ricavare sempre maggiori informazioni per conoscere sempre più dettagliatamente l’evoluzione degli animali che popolano il nostro pianeta.

Bibliografia:

Adam A. Pack, Herman Louis M., Sensory integration in the bottlenosed dolphin: Immediate recognition of complex shapes across the senses of echolocation and vision, in J. Acoustical Society of America, vol. 98, nº 2, 1995, pp. 722-733.

Whitlow W. L. Au, The Sonar of Dolphins, New York, Springer-Verlag, 1993.

J.E. Reynolds III, S.A. Rommel, Biology of Marine Mammals, Smithsonian Institution Press, 1999, ISBN 1-56098-375-2, ..

Bruno Díaz López, Shirai J.A., Marine aquaculture and bottlenose dolphins (Tursiops truncatus) social structure, in Behavioural Ecology and Sociobiology, in press, DOI:10.1007/s00265-007-0512-1, ISSN 0340-5443.

 

 

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